Voice+Image/Control
Andy H. (ogni volta che lo scrivo, sudo) presenta The Green Thing al TED. Applausi.
I flog (fake blog) hanno le gambe corte… Anche se mi piacerebbe poter chiarire un punto di vista sui blog “sponsorizzati”, nel senso che se è vero che il blog è nato come strumento indipendente e “vox populi” (anzi, di un singolo), questo non vuol dire che siano “veri” blog solo quelli che sparano a zero contro tutti e che una marca non abbia diritto di aprire una conversazione in forma di blog. L’importante è che venga fatto alla luce del sole, senza sostituzioni o invenzioni di personalità o di ruoli. Non trovo sbagliato che una marca scelga di parlare attraverso lo strumento del blog. Che questo tipo di comunicazione sia poi rilevante e seguita, è tutto da capire, ma almeno permessa, io ritengo che lo sia. Le “levate di scudi” mi suonano come quelle dichiarazioni di democrazia che, rivendicando l’utilizzo esclusivo di qualcosa per fini “democratici”, di fatto ne restringono l’utilizzo diventando pericolosamente simili ai… nazisti. Se sbraitiamo dicendo che i blog devono restare “liberi” e proprietà di una categoria di “indipendenti” (definita poi come?) finiamo per limitare la liberà di utilizzo di uno strumento. Non è che se la limitiamo a chi ci sta antipatico non sia una limitazione.
Che i noti tasselli neri delle immagini porne potessero essere utilizzati in modo artistico, non me lo sarei aspettato. Guardate questo video ispiratore, ma non fermatevi alla carne! L’idea è bella!!!
Presento una cosa così
La puntata del 14 ottobre del Creative Social si è svolta martedì 14 ottobre negli uffici di Ogilvy in via Lancetti (a fare gli onori di casa, Roberta Rossi di Ogilvy Interactive) e ha avuto come tema la “lingua” della creatività digitale.
Gergo esoterico per stordire i clienti, inglese più o meno maccheronico per giustificare vuoti semantici o conoscitivi, o sistema linguistico richiesto da una competenza, come in ogni ambito tecnico?
La proposta di creare un Wiki (e anche di stamparlo come “dizionario”, anche se per la mutevolezza che contraddistingue il settore, andrebbe fatto frequentemente, sempre in “beta version” come ricorda Roberta) della comunicazione digitale ha incontrato sostenitori e scettici, gli uni nell’ottica educativa verso i clienti, gli altri con l’idea che tanta informazione possa essere confusiva o forse inutile (se alcuni interlocutori non capiscono niente prima, non è con un’ennesimo strumento informativo che inizieranno a capire).
Padrona della prima parte della serata l’espressione “viral”, nelle sue accezioni varie (chi lo usa in modo improprio per definire un contenuto, spesso il cliente, e chi per designare un meccanismo di diffusione, in modo corretto, o chi non lo usa per niente perché ne è stomacato, ancora più comprensibile).
Su altre “parole del digitale” si sono scambiate opinioni e aneddoti, come ad esempio “engagement”, rilevando come a concorrere nella confusione intervenga il doppio filtro dell’inglese prima che del “digitese”. Urge comunque fare chiarezza, perché emerge dalla discussione che queste parole cominciano ad essere incluse nei contratti come punti di valutazione, e quindi è necessario avere una definizione quanto meno condivisa. Qui, mi viene in mente, potrebbe nascere la vera funzione “sociale” del Wiki ufficiale dei creativi digitali italiani: come glossario di riferimento in sede di stesura contrattuale.
Rimane, di fondo, l’impressione comune che, a parte alcuni casi non necessariamente isolati, il problema di base non sia ancora alzare il livello qualitativo della creatività, ma, ad un gradino più basso, convincere i clienti a fare cose che non capiscono ancora.
Da qui il titolo: alcuni ricordano ancora come chi sceglie di lavorare con la comunicazione digitale non possa farlo nella totale ignoranza, esattamente come per comprare le gomme all’ipermercato, almeno cos’è il diametro lo devo sapere.
Mi direte, e perciò, i limoni? Per spiegare, devo come al solito fare un riferimento alla cena conclusiva della serata, ancora una volta offerta da Microsoft. Questo per citare lo stile di CRM del Gianni Borelli, patron dell’altra Isola. Alla domanda di Rosanna Orlando, che con una cotoletta davanti aveva gentilmente chiesto del limone, ha risposto con la frase del titolo, aggiungendo (sic) “Sta qua non è mica la cotenna che ti fa la mamma, sta qua è fatta al burro” dimostrando forse come dobbiamo rispondere al cliente che ci chiede “il video viral perché non ha budget”.
(Anche se noi l’abbiamo appena fatto. Ma l’avevamo proposto noi…)
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